Manifestazione per la Festa della Liberazione – Sanremo 25 aprile 2019

Fiorenzo Gimelli – Presidente AGEDO Nazionale – Oratore ufficiale

 

Cari concittadine e concittadini, autorità civili e militari,

siamo oggi qui per rinnovare a 74 anni di distanza la Festa della Liberazione del nostro paese dal nazifascismo.

Oggi sono particolarmente emozionato per l’onore che è stato riservato mio tramite all’associazione che presiedo AGEDO Nazionale che non so quanti di voi conoscano e che è formata da genitori, familiari e amici di persone LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) e di tutti coloro che hanno orientamento sessuale o identità di genere “minoritari” naturalmente in senso numerico non valoriale. Insomma una minoranza, una delle tante, ancora oggi spesso dileggiata e gravata di pregiudizi. Quest’anno noi raggiungiamo i 25 anni e regalo più bello era difficile da immaginare.

Questo, a poco più di 3 anni dalla approvazione della Legge sulle unioni civili, dà il segno di quanta strada in termini di diritti è stata fatta anche nel nostro paese ma siamo ancora lontani dal livello dei paesi della Europa occidentale

Per la prima volta in Italia per gli omosessuali è stata data tutela giuridica alle loro relazioni affettive riconoscendo anche il valore sociale delle loro famiglie ma con forti limiti rispetto alle coppie eterosessuali in particolare per quanto riguarda l’adozione anche nel caso di figli avuti dal partner all’interno della loro relazione di coppia. E’ una grave limitazione e noi con le altre associazioni pro LGBT ci batteremo fino ad ottenere l’equiparazione in quanto a diritti e doveri alle coppie eterosessuali anche perché alcuni decenni di studi hanno ampiamente dimostrato che non vi è nessuna ricaduta negativa per i figli. E’ la qualità dei rapporti che è importante perché è l’amore, non la biologia, che crea la famiglia.

Chi dice i bambini hanno bisogno di mamma e papà in realtà sostiene un modello di società con schemi prefissati e rigidi, il papà a lavorare fuori casa e a realizzarsi e la mamma in casa ad accudire la prole, che in realtà e per fortuna sono saltati da 50 anni.

Oggi le persone LGBT vivono alla luce del sole, con gioia e rivendicando con orgoglio la propria condizione soggettiva. Non era così alla fine della seconda guerra mondiale. Sentite cosa scrive nel ricordare la sua esperienza di deportato Pierre Seel, un omosessuale di origine alsaziana internato nel campo di concentramento di Schirmeck, “Ritornai e restai come una figura incerta: evidentemente non capivo che ero rimasto ancora in vita. Gli incubi mi affliggevano di giorno e di notte: mi esercitavo al silenzio”.
L’ impossibilità di tramandare la memoria delle violenze subite è ciò che ha caratterizzato la condizione del “sopravvissuto omosessuale“. Poche e isolate sono state le iniziative di ricerca per il recupero alla storia e alla memoria delle vicende degli omosessuali perseguitati e deportati. Non è un caso che tra le più di cinquantamila interviste audio e video raccolte dalla “Survivors of the Shoah Visual History Foundation” di Steven Spielberg ve ne siano solo quattro di omosessuali.

La fine del nazismo non segna però un superamento della normativa repressiva nei loro confronti. Il famigerato Paragrafo 175, che il nazismo aveva ereditato dalla legislazione prussiana, rimane nel codice penale della Repubblica Federale tedesca fino al 1994 e provoca dopo la guerra ancora 50.000 condanne per “omosessualità”. Con il ritorno alla democrazia gli omosessuali non sono più perseguitati come criminali a patto che vivano con discrezione e “in silenzio” la loro “diversità”.

La forza del pregiudizio che ha accompagnato e accompagna ancora spesso la manifestazione di comportamenti sessuali non conformi alle regole della moralità dominante ha portato ad un processo di rimozione storiografica delle vittime omosessuali della persecuzione nazista e fascista. Il loro era un lutto che era possibile elaborare solo a livello individuale. Le ragioni dell’internamento erano attinenti ad una scelta sessuale che la società di allora riteneva patologica e che la società attuale non è spesso ancora disposta ad accettare. La testimonianza degli omosessuali non c’è stata sia perché alle vittime non era consentito rendere visibile la ragione della loro persecuzione sia perché la società europea del dopoguerra non era interessata ad ascoltare le loro “voci”. Gli omosessuali non erano considerati una minoranza perseguitata al ritorno non fu loro riconosciuta la qualifica di deportati e non furono ben accetti nelle manifestazioni commemorative. Secondo stime plausibili dopo l’avvento del 3° Reich abbiamo circa 100.000 denunce con 60.000 condanne al carcere e circa 10/15.000 sono internati nei campi dove erano contrassegnati da un triangolo rosa che li rendeva invisi anche agli altri internati e di questi ne sopravvisse non più del 40%.

Nell’Italia fascista, che della virilità aveva fatto un mito, l’omosessualità ufficialmente non esisteva e quindi fare una legge che la punisse avrebbe significato ammettere che le cose stavano diversamente. Si adottò la misura del confino che non richiede una responsabilità giudizialmente accertata ma soltanto una condotta giudicata un pericolo alla sicurezza pubblica o all’ordine politico, e tale da consigliare l’autorità a togliere il soggetto pericoloso dal luogo della sua residenza e sottoporlo a particolare vigilanza per un periodo di tempo che può variare da uno a cinque anni. Questo nella società dell’epoca equivaleva ad un marchio d’infamia e di messa al margine dalla società civile, anche per i familiari.

Voglio pensare che la frase riportata sul manifesto dell’ANPI “NESSUNO ESCLUSO” sia rivolta anche a loro, oltre che alle donne che solo nel 1946 ottengono il diritto di voto e a tutte le altre minoranze emarginate. Sono parole importanti ed inclusive in un mondo che sembra sempre più prigioniero di paure, dove si erigono muri e si proclamano esclusioni che pongono gli uni contro gli altri. Occorre battersi perché un modello di civiltà e regole venga mantenuto e si diminuiscano le tensioni e non per “buonismo” che comunque non è una parolaccia ma per interesse generale. C’è qualcuno che può pensare che il “prima noi” possa funzionare se tutti lo mettessero in pratica? Non credo anche se è tranquillizzante e genera facile consenso.

Il 25 aprile, una delle 3 Feste laiche di questo paese con il 2 giugno Festa della Repubblica ed il 1° maggio, é festa nazionale NON di parte. In queste ore il Presidente della Repubblica, Il Presidente del Consiglio e le massime autorità civili e militari onorano la Festa della Liberazione.

Non un raduno di reduci, ormai pochi per l’età, ma il ricordo di una data importantissima, centrale nella storia dell’Italia moderna, fondativa della nostra Repubblica, con la quale almeno formalmente si chiude il Risorgimento.

Fu scelta la data già nel 1946 per ricordare il giorno in cui il CLNAI, Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia proclamò l’insurrezione generale al Nord Italia in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti. «Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l’occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire.». Entro il 1° maggio tutte le principali città saranno liberate.

Noi possiamo essere particolarmente orgogliosi di Genova, unica città europea, dove il contingente militare germanico forte di ben 6000 uomini e 65 cannoni pesanti agli ordini del generale Meinhold si arrende al CLN presieduto da Remo Scappini. Molte vite furono risparmiate e gli impianti industriali ed il porto salvati. Si pensava non solo al presente ma anche al futuro. Per questo la città è decorata con medaglia d’oro al valor militare come pure la Provincia di Imperia con decreto del Presidente Pertini del 6 luglio 1979

La motivazione recita“.., la popolazione imperiese, a prezzo di oltre 1200 caduti ( di cui circa 600 partigiani combattenti), 100 deportati, stragi, persecuzioni e distruzioni immani durante 20 mesi di occupazione nazifascista combatté la sua strenua Resistenza per la riconquista delle Patrie leggi e libertà, in concorso e sostegno, spesso cruenti, con le sue forze partigiane. Circa 4000 volontari in salde formazioni …, guidate da capi esperti e valorosi, con armi pressoché totalmente conquistate al nemico, alimentate dalle stremate ma non vinte popolazioni di 53 Comuni ….

Nel CLN erano presenti tutti i partiti allora costituiti, PLI, PdA, PCI, DC, PSIUP, con poche eccezioni come i repubblicani intransigenti rispetto al futuro assetto istituzionale, alcuni gruppi anarchici o trotskisti. E le formazioni partigiane come orientamento politico furono eterogenee e nella conduzione della lotta partigiana fondamentale è la nascita il 9 giugno 1944, del Corpo Volontari della Libertà (CVL) su iniziativa del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), espressione dei partiti antifascisti. Pur unite in un unico Corpo, le varie formazioni partigiane mantengono le caratteristiche politiche che le contraddistinguono, trovando omogeneità nel comune obiettivo della lotta contro il nazismo e il fascismo. Queste sono: le Brigate Garibaldi, i GAP e le SAP, organizzati dal Partito Comunista Italiano. le formazioni di Giustizia e Libertà, coordinate dal Partito d’Azione. le formazioni Matteotti, del Partito Socialista di Unità Proletaria. le Brigate Fiamme Verdi, che nascono come formazioni autonome per iniziativa di alcuni ufficiali degli alpini, e si legano poi alla Democrazia cristiana, come le Brigate del popolo, le Brigate Osoppo, autonome e legate alla DC e al PdA, le formazioni azzurre, autonome ma politicamente monarchiche e badogliane, alcune piccole formazioni legate ai liberali e ai monarchici, come la Franchi di Edgardo Sogno, o quelle trotskiste, come Bandiera Rossa, e anarchiche, come le Bruzzi-Malatesta.

Non dobbiamo e non vogliamo dimenticare gli oltre 650.000 militari presi prigionieri dei tedeschi e di cui solo pochi accettarono di arruolarsi nella RSI. Di questa vicenda, per molto tempo poco valutata, ha dato testimonianza tra gli altri l’on. Alessandro Natta con il volume “L’altra resistenza”. Come non ricordare inoltre il contributo dei reparti dell’Esercito neocostituito al sud a partire dal Primo Raggruppamento Motorizzato che divenne il nucleo iniziale del Corpo Italiano di Liberazione e di altri reparti come la Brigata Maiella e la Brigata Ebraica. Senza il loro apporto e l’appoggio di molta parte della popolazione, nei borghi come nelle campagne e nelle città rischiando spesso la vita per aiutare, nascondere, proteggere soprattutto nel tremendo inverno del 1944.

Voglio ricordare come episodio significativo tra i tanti, le 4 giornate di Napoli, che alla fine di settembre del 1943 con una sollevazione generale liberò la citta e a cui presero parte attiva i “femminielli”, transgender ante litteram che abbandonarono le parrucche e i vestiti da donna e imbracciarono i fucili. Per 4 giorni, tra il 27 e il 30 settembre del 1943, un gruppo di almeno dodici di San Giovanniello — la zona le spalle di piazza Carlo III — si unì ai partigiani e alle centinaia di uomini, donne e ragazzi in rivolta armata contro le truppe di occupazione tedesche.

No, signor vicepresidente del Consiglio, festeggiare il 25 aprile e ricordarlo come momento fondativo della Repubblica non è da reduci legati allo scontro fascisti/ comunisti ma semmai a quello democratici/fascisti che è sempre vivo. Troppo comodo e troppo facile la lettura che mette sullo stesso piano tutti senza distinzione.

Non è così. La guerra di popolo che ha salvato l’onore di questo paese e con il contributo fondamentale di oltre 50.000 soldati alleati caduti ha permesso di liberare il paese è patrimonio di tutti i cittadini. È stato calcolato che i Caduti nella Resistenza italiana (in combattimento o eliminati dopo essere finiti nelle mani dei nazifascisti), siano stati complessivamente circa 44700; altri 21200 rimasero mutilati o invalidi. Tra partigiani e soldati italiani caddero combattendo almeno 40 mila uomini (10260 furono i militari della sola Divisione Acqui, Caduti a Cefalonia e Corfù). Altri 40 mila IMI (Internati Militari Italiani), morirono nei Lager nazisti.

Le donne partigiane combattenti furono 35 mila e 70 mila fecero parte dei Gruppi di difesa della Donna, 4653 di loro furono arrestate e torturate, oltre 2750 vennero deportate in Germania, 2812 fucilate o impiccate. 1070 caddero in combattimento, 19 vennero, nel dopoguerra, decorate di Medaglia d’oro al valor militare.

Parlare di altro, sminuire, mettere sempre e solo in luce gli episodi negativi e drammatici che pur ci sono stati, sembra piuttosto un uso strumentale della storia per aumentare la base di consenso. Purtroppo questo paese non sembra, a differenza di quello che hanno fatto altri paesi europei quali Francia e Spagna, aver fatto i conti con il suo passato ed avere recuperato uno spirito unitario e una parte consistente non accetta ancora oggi questo come elemento fondativo della nostra democrazia.

Solo pochi giorni fa la segretaria di un partito politico importante ha proposto di sostituire la festa di oggi “divisiva “ e ripristinare quella a suo dire “unitaria “ del 4 novembre.

Se è vera, e io penso di si, l’affermazione di Piero Calamandrei che “la costituzione è la resistenza tradotta in formule giuridiche” e che il presidente della Repubblica, ministri, magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine, militari, sindaci giurano con la formula che ha come incipit “. «Giuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi …” non si comprende come si accetti l’esito e non ciò che lo ha generato.

Ricordo anche se probabilmente è superfluo che la carta contiene la XII° Disposizione transitoria e finale che recita “E’ vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.”.

Non vi è stato probabilmente un sufficiente approfondimento, nessuna discussione e ripensamento che partisse dal dato di fatto che la nostra democrazia nasce da lì, senza se e senza ma. E’ mancata anche una adeguata divulgazione storica ed insegnamento nelle scuole ed i più giovani raramente hanno avuto la possibilità di conoscere ed approfondire.

Questo non significa naturalmente una rendita di posizione ma è da rivitalizzare e aggiornare continuamente.

Equiparare fascismo e comunismo in Italia non ha senso perché 20 anni di una feroce dittatura che ha prodotto i Tribunali Speciali, l’abolizione dei partiti, l’obbligo della tessera per i dipendenti pubblici, il giuramento di fedeltà dei docenti universitari( solo 12 non si sono piegati, tutti di materie scientifiche ), la guerra in Etiopia con l’uso dei gas, le leggi razziali che sono state un offesa alla dignità della persona umana, la guerra a fianco di Hitler con il suo corollario di morti e disperazione, etc etc hanno un nome ed un cognome.

Pensiamo alle leggi razziali in particolare che hanno resi stranieri in patria ed impossibilitati a lavorare e a studiare quasi 50.000 cittadini ebrei italiani e hanno espulso tutti quelli stranieri che si erano rifugiati nel nostro paese per sfuggire ai nazisti. Ben 5 nelle nostre città si sono suicidati disperati e alcune migliaia sono espatriati clandestinamente in Francia via mare o attraverso i passaggi di montagna. La storia si ripete e sembra insegnare poco.

E’ importante che il presidente Mattarella abbia avuto la sensibilità umana e politica di nominare Senatrice a vita Liliana Segre internata da ragazza nei campi di sterminio e sopravvissuta alla Shoah.

La nostra costituzione contiene in una felice sintesi, anche se probabilmente in anticipo sui tempi e sul livello di elaborazione generale, il pensiero liberale veicolato da Gobetti, quello democratico cristiano di Don Sturzo, quello socialista riformista di Carlo Rosselli e il contributo marxista di visione gramsciana. Può essere certo modificata e adeguata in alcuni aspetti ma il nucleo centrale è ancora ben saldo ed in molti casi irrealizzato.

Voglio solo citare pochissimi passaggi che sono illuminanti:

Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Questa seconda parte è normalmente omessa.

Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità`, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Art. 10 comma 2-3 La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge.

In un paese che ha avuto in 100 anni dall’unità d’Italia oltre 30.000.000 di emigranti “economici” e di questi non più del 10% sono tornati almeno 1 volta era difficile derogare da questa norma di civiltà. Dovremmo oggi ricordare questo in un paese dove non vi è famiglia che abbia conosciuto allontanamenti e separazioni e che ha introdotto il reato di immigrazione clandestina di fronte a sterminate masse povere che premono verso il nord che pare l’unico punto di approdo per migliorare un poco la propria condizione.

La paura e l’insicurezza di fronte a questi fenomeni sembrano farla da padroni e i “diversi” poveri, migranti, soprattutto se di religione musulmana sono guardati con sospetto se non con ostilità e odio. Mi pare che in buona parte tutto questo sia dovuto a disuguaglianze economiche sempre crescenti e all’impoverimento economico e di prospettive di larghe fette soprattutto del ceto medio.

Forse è lì il problema, estremamente complesso e drammaticamente difficile. Più facile trovare alcuni capri espiatori e sobillare i penultimi contro gli ultimi. Non risolve nulla ma nel breve porta consenso.

Qui naturalmente l’analisi storica, per quanto abbozzata, si mescola con l’analisi politica naturalmente opinabile e mi fermo ricordando che l’alternativa al fascismo non è l’antifascismo o il comunismo ma la democrazia che, seppur imperfetta, merita di essere difesa e rafforzata.

Non servono uomini forti, ma idee forti e condivise, cittadini consapevoli e coscienti che si aggreghino e si scontrino come avversari non nemici da abbattere o da svillaneggiare.

In una democrazia illiberale troppo è quello a cui si deve rinunciare, la libertà.

Voglio terminare riferendo una conversazione tra Vittorio Foa, sindacalista, intellettuale raffinato, socialista, partigiano e Giorgio Pisanò, già componente della X° mas e poi senatore e direttore del Candido “Un giorno Pisanò, incontrando Vittorio Foa, gli disse: ‘Ci siamo combattuti da fronti contrapposti, ognuno con onore, possiamo darci la mano’. Foa gli rispose: ‘E’ vero abbiamo vinto noi e tu sei potuto diventare senatore, avessi vinto tu io sarei ancora in carcere’. Ecco, ci rifletta. Ci rifletta un istante”.

Buon 25 Aprile

Buona giornata a tutti e tutte.

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