Le terapie riparative

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www.noriparative.it

Noi, psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti, studiosi e ricercatori nel campo della salute mentale e della formazione, condanniamo ogni tentativo di patologizzare l’omosessualità, che l’American Psychological Association definisce una “variante naturale normale e positiva della sessualità umana” e l’Organizzazione Mondiale della Sanità una “variante naturale del comportamento umano”.

In questo sito troverete un comunicato firmato dalle figure più  importanti nel campo della salute mentale e della formazione.
Un grande ringraziamento al creatore dell’iniziativa il Prof. Vittorio Lingiardi.

Aggiornamento del 17/12/2011


Documento dell’ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Brindisi

Credo che le dichiarazioni del Dott. Francesco Bruno in merito alla omosessualità, così come riportato in diverse segnalazioni pervenute, siano prive di ogni evidenza scientifica e foriere di pericolose discriminazioni  verso persone a diverso orientamento ( sessuale, culturale, religioso, di genere, ecc..)
Auspico una ferma presa di posizione da parte nostra.
Dott. Emanuele Vinci
Presidente  dell’ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri della provincia di Brindisi

 

Le terapie riparative

di Maurizio Betti

Recentemente si è registrato un rinnovato interesse verso le cosiddette terapie riparative, modelli terapeutici che promettono la modificazione dell’orientamento sessuale di un omosessuale o di una lesbica. L’ipotesi opposta non è contemplata.

La natura ultima dell’orientamento sessuale è quindi, secondo questi modelli, quella di un processo che può andare incontro a guasti e successive riparazioni.

La concezione dell’uomo sottostante al paradigma è quella di un essere umano che ha in sè le potenzialità per il proprio sviluppo ottimale, ma anche la possibilità, presumibilmente a scopo difensivo, di imboccare binari alternativi a quello previsto.

Questa visione non ci è nuova, in effetti riflette una visione psicologica molto diffusa, per cui esiste una strada maestra per il corretto sviluppo psichico. Se il soggetto devia, si crea una dinamica di compensazione, in cui i sintomi rappresentano il “peso” psicologico pagato dal soggetto per il mantenimento del nuovo equilibrio.

In questa visione l’omosessualità è quindi vista come un sintomo.

Nell’oggettiva incertezza, nell’incapacità dichiarata delle scienze di individuare l’origine dell’orientamento sessuale, sia eterosessuale che omosessuale, nel dover riconoscere la nostra sostanziale ignoranza anche sui meccanismi che gestiscono anche solo la sessualità, questa è una strada rispettabile o irrispettabile quanto le altre.

Allo stesso tempo giova ricordare che le scienze non sono neutre. I “discorsi” della psicologia, della sociologia, della genetica, ognuno con la propria pletora di ricerche che le documentano, dimostrando tutto e il contrario di tutto, hanno come fine ultimo la costruzione sociale della realtà.

In questo è inevitabile che si prestino ad essere strumentalizzate, più o meno consapevolmente dai vari attori della scena sociale, dove ognuno le porta a strumento di verità per documentare la validità del proprio punto di vista.

Questa consapevolezza porta, fino a quando non verranno presentati dati incontrovertibili da una parte o dall’altra, a spostare l’accento su un’altra questione.

La questione è la funzionalità, detto in altre parole la domanda importante non è più se l’orientamento sessuale possa essere cambiato, ma se abbia senso tentare di cambiarlo.

A questa domanda non dovrebbe rispondere la scienza, né tantomeno la società, ma il singolo soggetto. La società non deve imporre risposte, in quanto il comportamento omosessuale, in quanto condotta che si esprime in affettività e sessualità con un partner dello stesso sesso consenziente, non crea alcun danno al diritto altrui, non invade in alcun modo il territorio dell’altro.

Allo stesso tempo le scienze biologiche, psicologiche e sociali non dovrebbero occupare il campo con risposte parziali, tanto variegate quanto strumentalizzabili.

Se l’omosessualità è un sintomo, al pari di ogni sintomo deve avere un suo ruolo nel mantenimento dell’equilibrio del soggetto che riacquista una propria funzionalità a spese di qualcosa che viene sacrificato. Se un sintomo non ha anche un correlato disfunzionale, non parliamo più di sintomo, ma di reazione dell’organismo, fisico o psichico, perfettamente adattiva.

L’omosessualità deve quindi porre problemi, non per la società, non per le scienze psicologiche, ma problemi riconosciuti dal singolo soggetto come deficit riconosciuti nelle sue relazioni sociali o nel suo equilibrio interno.

Quando nel 1994, l’OMS (Organizzazione mondiale della Sanità) toglie l’omosessualità dall’elenco dei disturbi del DSM, sulla scia di un periodo storico che aveva visto la rinnovata autoconsapevolezza di omosessuali e donne come la pietra angolare nella svolta antropologica che aveva sancito la loro affermazione nelle società democratiche, viene indirettamente ammesso per la prima volta che la maggior parte delle caratteristiche che venivano attribuite al soggetto omosessuale erano caratteristiche che non appartenevano alla sfera disposizionale, ma situazionale, ovvero, secondo la teoria del campo di Lewin, le forze che operavano nel determinare il comportamento non erano solo quelle del soggetto, ma quelle del soggetto in funzione dell’ambiente in cui interagiva.

La società italiana ancora una volta si è dimostrata lenta, per i millenari vincoli che la caratterizzano, ad incorporare quello che APA (American Psychiatric Association) e OMS avevano già capito, ovvero che la sofferenza, anche psicopatologica, per le persone omosessuali esiste, ma è procurata dall’oppressione sociale e dallo stigma, da autocolpevolizzazioni indotte da un sistema religioso poco tollerante e da una legislazione spesso discriminante.

Dopo tutto quanto abbiamo detto torniamo alla visione della terapia riparativa, per cui l’omosessualità è innegabilmente un sintomo.

Abbiamo detto che il sintomo è il segnale di qualcosa che non va e motiva quindi in quanto tale il soggetto al cambiamento in vista di un maggiore benessere.

La motivazione quindi, diventa un fattore chiave, in quanto diviene cartina di tornasole di comportamenti disfunzionali per il soggetto.

A tal proposito è utile ricordare che nella maggior parte delle terapie condotte con soggetti omosessuali la motivazione è esterna, ovvero spesso è la famiglia che effettua l’invio del soggetto omosessuale sulla base di una presunta anormalità. Ogni serio professionista della salute mentale conosce già l’esito di un processo che non coinvolge in alcun modo né l’intenzionalità né la motivazione del soggetto da curare.

Anche quando la motivazione è interna, una corretta analisi della domanda da parte del terapeuta è in grado di separare i bisogni indotti socialmente da quelli reali del soggetto.

Dopo una corretta analisi della domanda, se persistono forti motivazioni da parte del soggetto per una terapia, esso può scegliere fra una ampia gamma di terapie, tra cui anche quella “riparativa”.

L’esito di questo tipo di terapia appare, a mio avviso, decisamente incerto in quanto non abbiamo alcuna prova che l’orientamento sessuale possa essere modificato, anche considerando che esso si pone in un periodo finestra assai precoce dello sviluppo psichico della persona; più spesso esso può essere negato o soffocato, un prezzo che il soggetto in cura paga con la perdita di una quota di felicità derivante dal forzoso soffocamento di una parte importante della propria identità personale.