Paura, disagio, vergogna: i primi sentimenti che una famiglia deve affrontare

Il Dirigente Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia, Prof. Mario Giacomo Dutto, ha concesso il suo Patrocinio al Convegno del 26 ottobre 2001 “Omosessualità e compiti dell’educazione” con la precisazione: “Ritenendo particolarmente significative le finalità del progetto”

Paura, disagio, vergogna: i primi sentimenti che la famiglia deve affrontare.

di Paola Dall’Orto Presentazione dell’AGeDO

Alcuni anni fa, un gruppo di genitori ha sentito la necessità di incontrarsi per potersi confrontare senza paure o vergogne, vista la difficoltà da noi comunemente incontrata nel parlare dell’omosessualità dei nostri figli/e e per poter condividere le proprie ansie, le proprie incertezze. Il proposito era anche quello di poter aiutare tanti altri genitori a superare le difficoltà incontrate nell’accettare l’omosessualità dei propri figli/. Nacque così l’AGEDO e con essa tante attività finalizzate anche alla lotta alle discriminazioni contro i nostri figli, discriminazioni che di fatto ricadono anche sulle nostre famiglie. Questi stessi problemi, pur se in forma molto attenuata, vengono percepiti anche nel resto d’Europa e del mondo. È per questo che con la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e il Belgio abbiamo dato vita ad una nuova associazione a livello europeo, l’Euroflag, il cui scopo è quello di permettere ai nostri figli di crescere sereni, lontano dalle violenze, anche fisiche e in totale sicurezza.
Esordisco con una citazione autentica: “Preferirei essere nato nero, almeno non avrei dovuto dirlo alla mamma”.
È questa la dimostrazione di come questa minoranza sociale, fra le più discriminate al pari degli ebrei e dei neri, sia ulteriormente svantaggiata rispetto a questi, perché in genere un omosessuale nasce in una famiglia eterosessuale che non è assolutamente preparata ad accoglierlo con la sua vera identità, non prevista né accettata dalla società civile e religiosa.
Nel momento in cui un genitore scopre autonomamente o letteralmente gli piomba addosso la “terribile” notizia, allora scattano in lui mille meccanismi psicologici atti a sostenere la sofferenza. Non c’è genitore che accolga questa notizia, non dico con gioia, ma almeno con indifferenza.
Anche il genitore più aperto, pronto a combattere molte battaglie per la giustizia sociale, non è in grado di reagire senza soffrire. L’unica differenza è che riesce, in minore tempo rispetto agli altri genitori, a riprendersi in maniera positiva e a venire in aiuto al figlio/a. Ciò che, comunque accomuna tutti, dico tutti i genitori disponibili all’aiuto e all’accettazione, è la forte preoccupazione per il futuro del proprio figlio/a omosessuale in previsione di molte e maggiori difficoltà da affrontare rispetto alle loro sorelle o ai loro fratelli. Questa è la realtà perché, nonostante si affermi comunemente che ormai le persone omosessuali sono normalmente accettate, purtroppo in genere si tratta solo di una falsa accettazione: si accetta di parlarne, (mentre un tempo addirittura non si poteva neppure pronunciare la parola “omosessualità”), si accetta di vedere proiettati in tv spettacoli folcloristici che possono divertire il pubblico, che creano audience, ma che però non sono affatto rappresentativi della realtà omosessuale e che anzi, molto spesso, possono solo nuocere.
Nascono così nei genitori disagio, sensi di colpa, sofferenza per il timore di non essere stati all’altezza e presenti nel momento in cui il figlio/a hanno scoperto la propria omosessualità , hanno cercato inutilmente di farsi riconoscere, hanno sofferto nel sentirsi come dei mostri, sicuri dell’ostracismo della società e quindi anche della famiglia. Tutto questo in solitudine, non mai appoggiati, mai sostenuti, nel silenzio. Di contro c’è la rabbia di alcuni genitori per essere stati lasciati fuori, sentendosi traditi, dopo essere sempre stati sicuri di avere creato e poi mantenuto un ottimo rapporto con i propri figli/e. Si perde la fiducia e prevarica spesso l’orgoglio che li fa allontanare con freddezza da loro. Il sentimento più comune è la sofferenza nata dalla previsione che un mondo discriminante li isolerà, procurerà loro infinite difficoltà nella scuola, sul lavoro, nella società in generale, immaginando, al massimo, atteggiamenti di tolleranza verso di loro.
Conseguenza della sessuofobia in generale e dei dettami delle chiese è il rigetto dell’immagine e del pensiero di come “si fa l’amore”, nell’incapacità di rispettare persino nella fantasia, la privacy del figlio/a.
Anche il terrore di un contagio del virus dell’ HIV , lo si fa credere esclusivo delle persone omosessuali. Si teme per la salute, si pensa al futuro, nella previsione di una vita di solitudine, quando loro non ci saranno più (questo soprattutto per i maschi).
I problemi relazionali sono i più gravi, quando tutto l’andamento familiare viene sovvertito, mentre i ruoli saltano in aria, quando non si ha più la capacità di rapportarsi e relazionarsi con lui/lei, come era prima, perché non si riesce a riconoscere la stessa persona.
Qualsiasi tentativo è valido pur di “salvare “ – Tra virgolette- il figlio/a ,con il ricorso allo psicologo, allo psichiatra, al medico di base, al sacerdote, mentre ci si interroga sulle proprie colpe nel periodo della loro crescita, caricandosi di pesanti sensi di colpa.
Questo terribile rimescolio interno porta molte persone a sofferenze insopportabili, spesso fino alla malattia psicosomatica che induce il figlio/a a colpevolizzarsi e a non riuscire a prendere delle decisioni consone alla propria vita, con il sacrificio a volte di sé, senza amori e senza libertà, nel ruolo del bravo figlio/a , accanto ai genitori anziani.
Può anche capitare di cadere nella trappola dell’iperprotezione che va dalla reclusione in casa con il sequestro di cellulari e di computer, ponendo il telefono sotto controllo affinché il presunto plagio si interrompa, nel timore di reali relazioni affettive.
Oppure all’opposto, si prova compassione e il bisogno di dare di più nella sicurezza che il/la poverina non avranno una vita felice.
Come ultima spiaggia, arrampicandosi sui muri, a propria discolpa, si ricercano le cause biologiche, scoprendo con il senno di poi, in famiglia, parenti, anche lontani, omosessuali, naturalmente velati.
Molto spesso c’è il rifiuto totale di capire, di fare chiarezza, di parlare con il/la figlia nella sicurezza che i propri pregiudizi contengano la verità, oppure, di contro, c’è la ricerca affannosa di conoscenza e di informazione, anche attraverso letture purtroppo non aggiornate.
Il pensiero dominante, anzi la speranza dura a morire , è la voglia di curare, visto che ancora oggi si pensa che l’omosessualità sia una malattia. Le madri, soprattutto, eterne eroine, temono, visto che non ne parlano neppure con il marito, di dovere sopportare questo peso da sole, ma sempre nella speranza che il figlio, anche in età avanzata possa cambiare. E questa speranza non le abbandona, anzi le sostiene.
Procura sofferenza anche il fatto che, nella scuola, i giovani sono lasciati alla mercè dei bulletti che quando scoprono un compagno scarsamente macho lo prendono di mira – e magari omosessuale non è – Io parlo della realtà italiana dove anche gli stessi insegnanti non sono sempre preparati ad affrontare questa relazione che definiscono nuova: infatti fino ad ora l’omosessualità è stata accuratamente ignorata.
L’Agedo ha prodotto il video “Nessuno Uguale “ di Claudio Cipelletti – conduttore del gruppo il Dott. Roberto Del Favero e con la collaborazione di Stefania Marangoni nel ruolo di formatrice dell’O.P.P.I., anche per aiutare i genitori, oltre che gli insegnanti ed i giovani stessi a capire, a comprendere. Ma quella dei genitori è la categoria sociale più difficile e più diffidente verso l’omosessualità, direi quasi imprendibile ed è proprio la grande ignoranza e disinformazione che coglie i genitori di sorpresa: “Non è possibile – questo è il pensiero comune – che nella mia famiglia, così rispettosa delle regole civili, morali e religiose, possa essere ospite una persona così disdicevole come un/a omosessuale”. Purtroppo al primo impatto, con la notizia di tale presenza, riaffiorano tutti gli antichi pregiudizi sostenuti dai più sciocchi stereotipi, duri a morire ed alimentati dalla disinformazione corrente. Si affacciano davanti a te tutte le immagini che i media ti propinano regolarmente ogniqualvolta se ne presenti l’occasione. Non puoi affrontare serenamente un dialogo con lui o con lei se non riesci a far riaffiorare l’immagine di tuo figlio/a, quella autentica, quella bella, pulita che tu hai sempre amato e stimato. E questa non è sempre un’operazione veloce, occorrono dei tempi atti a permetterti di riprenderti dallo schok che comunemente ti coglie: purtroppo ancora oggi si tende a scambiare la pedofilia con l’omosessualità – è accaduto anche a me molti anni fa, senza che mi rendessi conto che i pedofili esistono anche tra gli eterosessuali, anzi qui sono la maggioranza – si pensa che l’omosessualità sia perversione e si pone il problema esclusivamente sul piano morale.
L’omosessualità non è una tematica che si possa delegare all’etica e alla morale: se si vuole giudicare, occorre giudicare i comportamenti, come avviene per ogni uomo.
Dopo questa prima reazione di schok, si assumono modalità diverse per affrontare il problema: il più comune, secondo la mia esperienza, è quello della negazione.
Una volta a conoscenza dell’identità del figlio/a, non se ne vuole più parlare, procurando ulteriore sofferenza al figlio/a che si sente, così, trascurato, non accettato nella propria specificità. È un po’ il metodo dello struzzo: se non ne parlo, questa realtà non esiste. Dietro a ciò si nasconde anche la paura e la vergogna che si prova di fronte agli altri, ai vicini, agli amici, ai colleghi.
Mi è capitato di conoscere famiglie abitanti in piccoli paesi molto cattolici, pronte a far precipitosamente trasloco: sparire vuol dire rinascere in un altro contesto e nell’anonimato, senza gli occhi della gente puntati addosso. Di norma però sono i figli/e che se ne vanno di casa in tempi più brevi rispetto agli altri figli: si vuole vivere in libertà e senza pesi sulle spalle, la propria identità rifugiandosi nell’anonimato della grande città.
Purtroppo non tutti possono farlo: ci sono ancora giovani che vengono cacciati di casa con rabbia dalla famiglia, o ci sono giovani che “per il loro bene” – tra virgolette- vengono tenuti prigionieri in casa, senza più computer o moto, in castigo, in previsione di una prossima redenzione, sequestrati in casa: viene permessa loro solo la frequentazione scolastica, sotto costante controllo.
La conseguenza, per i nostri ragazzi/e, di simili comportamenti genitoriali conduce spesso alla ribellione, ma molto più spesso all’assoggettamento ai familiari, grazie a forti sensi di colpa per avere tradito la fiducia della famiglia della quale si ha ancora molto bisogno anche affettivamente. Si va dall’abbandono della scuola, allo scarso rendimento scolastico, dalla depressione sino a giungere al suicidio!
Purtroppo molto spesso siamo proprio noi genitori che scarichiamo i nostri sensi di colpa su di loro. Pensiamo di avere sbagliato tutto nell’educarli e rinfacciamo loro di farci soffrire troppo, chiediamo un cambiamento impossibile poiché non ci rendiamo conto che quella è la loro vera identità: queste richieste vengono fatte magari anche per giovani intorno ai 30 anni. Si vive nella costante speranza che Dio o lo psicoterapeuta li riconduca sulla retta via, ma si ignora che la serenità dei nostri figli/e passa attraverso l’equilibrio e la serenità della famiglia stessa.
Spesso prego questi giovani di avere pazienza con i genitori che devono metabolizzare col tempo quella che per loro è una novità, mentre loro da tempo hanno già affrontato la questione: è solo da quando ne riescono a parlare che il processo di riconoscimento della propria identità e della propria autoaccettazione è ormai terminato o almeno ad un buon punto di questo percorso. Il genitore incomincia ora a prenderne atto, deve vagliare tutte le precedenti informazioni sull’omosessualità, spesso discordanti e quasi sempre negative. Non è facile, soprattutto per chi non è più giovane e che si è costruito una propria sicurezza, magari proprio sui pregiudizi, buttare improvvisamente tutto all’aria e rinascere nuovo. Occorrerà un’enorme dose di amore, ma anche un’ altrettanta dose di razionalità.
Generalmente ciò che più sciocca è la credenza che l’omosessualità sia una perversione voluta, una scelta. Questa certezza è ciò che più nuoce, visto che, se si tratta di una scelta, si può anche arrivare a scegliere di “redimersi”, di avere una relazione “normale”, di non essere così cattivi con i genitori facendoli soffrire volutamente. (Questo è uno dei più frequenti ricatti morali che vengono attuati).
L’omofobia profondamente radicata non permette l’accettazione di alcun suggerimento o informazione neppure da parte dei così detti esperti, come sacerdoti, psicologi, medici. Questi genitori vogliono solo sentirsi confermare le proprie teorie e i propri pregiudizi, pregiudicando la serenità propria e dei propri figli.
Voglio leggervi una parte della lettera che ci ha inviato un giovane padre di due figli, ausiliario in un ospedale : suo figlio Massimo ha quasi 18 anni ed è omosessuale La voglio leggere per dimostrare che, anche quando non esiste nessun problema di accettazione, la sofferenza può ancora fare i suoi danni

La notte di sabato 22 settembre, verso mezzanotte, ascolto in un primo istante senza volerlo, una telefonata che Marco riceve e mi rendo conto che mio figlio è gay. In quel momento, vi dico la verità, mi sono sentito il mondo che mi crollava sulle spalle, ho atteso che terminasse la telefonata e sono entrato nella sua camera dicendogli che avevo ascoltato quello che lui diceva e di aver capito.
Lui mi si getta al collo abbracciandomi e piangendo mi dice “Papà so che per te questa è una delusione ma non ci posso fare nulla”. In quell’istante ho ripercorso la vita di mio figlio come in un flashback e mi sono accorto di volergli ancora più bene di prima perché non ho mai capito, o forse non ho mai voluto capire, che in fondo lui aveva bisogno di un padre che doveva capire il carattere di un figlio.
Alla mia domanda di come potevo aiutarlo mi ha risposto “il fatto che sei venuto a saperlo e la tua reazione per me già un aiuto”.
Quella sera abbiamo parlato per circa due ore ed ho scoperto che lui sin da quando era bambino ed aveva sei o sette anni si era reso conto di essere diverso dagli altri ma la sua sofferenza è iniziata all’età di tredici anni dicendomi “tu non immagini quanti pianti mi facevo la sera su questo letto e adesso capisci il motivo per cui sono così scontroso nei confronti di te, della mamma e di mio fratello” e poi ad una mia domanda mi rispondeva “La mamma per adesso non voglio che lo sappia come non lo sanno neanche i compagni di scuola e nessuno dei miei cugini o amici e non preoccuparti per le malattie perché non sono quel tipo di omosessuale che tu credi.”
Da quella notte vi posso assicurare che tutti gli istanti ripenso a quel colloquio ed alla sofferenza che in tutti questi anni e forse tuttora prova.
Ora il mio scopo è quello di poterlo aiutare nel migliore dei modi ma nel frattempo non vorrei commettere sbagli quindi parlando di questo problema con la psichiatra che lavora nel mio stesso ospedale mi ha indirizzato a questa associazione che ringraziando anticipatamente spero possa aiutare noi genitori ma soprattutto il mio ragazzo.

Oggi sappiamo che l’esistenza di associazioni simili alla nostra sono ancora utili, anzi indispensabili, anche se sappiamo che non si riuscirà mai a sradicare completamente nel mondo l’odio verso chi è diverso da te, ma sappiamo anche che molte cose positive sono state realizzate e che, sulla spinta di questa positività, continueremo a lottare per i pari diritti dei nostri e delle nostre ragazze.

Paola Dall’Orto
Presidente AGeDO